Decreto Imu-Bankitalia (Banca d'Italia). Regalo alle banche o bufala?

Decreto Imu Bankitalia 2014In questo periodo se ne sta discutendo molto su giornali, tv e siti internet. L'argomento, come del resto ogni altro legato a scelte politiche, ha subito le tradizionali manipolazioni di rito, il cui fine ultimo è quello di informare i cittadini in maniera parziale se non errata, a seconda dei propri interessi.

Di che cosa tratta principalmente il decreto sulla Banca d'Italia?
Il punto cruciale è l'aumento di capitale dell'Istituto.
Tale incremento avviene prelevando 7,5 miliardi di euro dalle riserve statutarie (che non sono le riserve auree o di valuta straniera, bensì la riserva di denaro accumulato attraverso gli utili netti) e trasferendolo al capitale della Banca d'Italia.
Quindi sono liquidità prodotte da profitti della BdI, non sono soldi presi ai cittadini attraverso tasse.

Quanto valeva il capitale prima?

Il capitale sociale della Banca d'Italia valeva (anzi, finché la nuova legge non sarà definitivamente applicabile, sarebbe meglio dire "vale") 156.000 euro (300 milioni di lire) versati dalle varie banche nel 1936. Ma è un valore sulla carta. Nella realtà le quote di capitale in Banca d'Italia sono molto superiori, valutate secondo i valori attribuiti dal mercato.
E' come avere una reliquia comprata 100 anni fa con l'equivalente di 10 lire e pensare che questa, ancora oggi, valga 10 lire. Non è così. Se provassimo a vendere la nostra reliquia troveremmo facilmente compratori disposti a borsare, ad esempio, 10 mila euro. Lo stesso vale per le quote di capitale Bankitalia gestite dalle banche private: è fantasioso pensare che valgano ancora come nel 1936.

Perché rivalutare il capitale?

Il motivo ufficiale dovrebbe essere quello di recuperare, attraverso le imposte, una parte di soldi che compenserebbero il mancato gettito fiscale dell'Imu 2013. Un altro perché finora c'era molta confusione su quanto le banche dovessero dichiarare sui propri bilanci circa le quote in BdI. Ogni istituto valutava le proprie quote seguendo propri meccanismi, proprie valutazioni.
Poi, per la Banca d'Italia, non era possibile dichiarare un capitale così esiguo avendo in realtà riserve monetarie da 23 miliardi di euro. In più vi erano già altre leggi, approvate negli ultimi 10 anni, che prevedevano un adeguamento del capitale.

La Banca d'Italia è pubblica o privata?
La BdI è pubblica. Il suo capitale è diviso in quote che sono suddivise anche con istituti bancari privati: Intesa San Paolo (30,35%), Unicredit (22,11%), Generali (6,33%), Cassa di Risparmio di Bologna (6,2%), INPS (5%) e Carige (3,95%). Le banche private hanno una percentuale del capitale, dunque, ma non hanno alcun potere decisionale sulla Banca d'Italia.

Articolo 1 dello Statuto: "La Banca d’Italia è istituto di diritto pubblico."

Articolo 2 dello Statuto: "Nell'esercizio delle proprie funzioni e nella gestione delle proprie finanze, la Banca d’Italia e i componenti dei suoi organi operano con autonomia e indipendenza nel rispetto del principio di trasparenza, e non possono sollecitare o accettare istruzioni da altri soggetti pubblici e privati."

Cosa guadagnano le banche private dalle quote di capitale?

Qui ci viene in aiuto l'articolo 40 dello Statuto della BdI con il "piano di ripartizione dell’utile netto":
a) alla riserva ordinaria, fino alla misura massima del 20 per cento;
b) ai partecipanti, fino alla misura massima del 6 per cento del capitale;
c) alla riserva straordinaria e ad eventuali fondi speciali fino alla misura massima del 20 per cento;
d) allo Stato, per l’ammontare residuo.

Quindi alle banche va, al massimo, il 6% del profitto totale, dell'utile netto. Quasi la totalità va allo Stato. Ma c'è di più: se la riserva ordinaria diminuisce, deve essere "reintegrata in misura corrispondente al suo precedente ammontare prima di dar luogo alle altre destinazioni previste dal secondo comma". Quindi le riserve dello Stato hanno la priorità sul quel 6% che potrebbe andare alle banche private.

Questo passaggio rafforza il fatto che la Banca d'Italia sia praticamente pubblica: a livello decisionale e gestionale ma anche a livello di ripartizione degli utili. Alle banche private va un massimo del 6% del totale, sempre che queste risorse non servano alla Banca d'Italia, nel qual caso tutto andrebbe all'Istituto statale.

La Banca d'Italia diventerà privata?

No. Anzi. Grazie al decreto che prevede un possesso di quote massimo al 3% del totale, le banche private dovranno vendere le proprie quote (pensiamo a Intesa San Paolo che ha il 30,35% e Unicredit che ha il 22,11%). In questo modo il capitale potrà essere suddiviso tra diversi partecipanti senza che nessuno abbia delle quote troppo alte. In via provvisoria, il decreto prevede che la Banca d'Italia possa acquistare le quote delle banche private e poi rivenderle ad altri istituti, soggetti, recuperando in tal mondo i soldi spesi per l'acquisto.
Ma per ogni scenario possibile, le decisioni verranno prese sempre dalla Banca d'Italia, Istituto pubblico, e non dai privati: "né l'Assemblea dei partecipanti, né il Consiglio superiore della Banca d'Italia possono ingerire nelle materie relative all'esercizio delle funzioni istituzionali dell'Istituto".

Se la Banca d'Italia si ricompra le quote cosa accade?

"Per tali quote il diritto di voto" dei soggetti privati "viene sospeso e i dividendi sono imputati alle riserve statutarie della Banca d'Italia". Quindi la BdI si guadagna tutti gli utili realizzati dalle nuove quote.

La Banca d'Italia andrà in mano agli stranieri?

No. Le quote non possono essere vendute a soggetti stranieri: "banche, imprese assicurative e fondi pensione devono avere sede legale ed amministrazione centrale in Italia".

Valore delle quote del capitale in BdI (prima e dopo)?

Si passa da un valore della singola quota pari a 0,52 euro (del 1936) al nuovo valore pari a 25 mila euro.

Le banche pagheranno più tasse?

Con la nuova rivalutazione le banche pagheranno le imposte previste per il valore delle proprie quote.
In più il decreto sulla Bankitalia, utile a trovare i fondi per compensare il mancato gettito derivante dall'Imu prima casa del 2013, segue ad un altro decreto, quello dell'abolizione della stessa Imu, dove viene trovata, come copertura, la somma realizzata con l'aumento di quasi il 130% dell'acconto Ires e Irap versato a fine anno da banche e assicurazioni. Il che significa soldi che escono dalle banche ed entrano nelle casse dello stato.

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